La pillola si era incollata al palato.
Sapeva di chimica acida — quella roba che usano per pulire le piscine.
Non entrare a Thornhill se non sei pronto a perdere la testa.
Letteralmente.
Un thriller psicologico e dark romance estremo che non fa sconti. Non c'è redenzione tra queste pagine, solo ossessione, paranoia e distruzione.
Il Detective non è un eroe in cerca di giustizia. È un uomo spinto sull'orlo del baratro dall'ossessione per il fratello scomparso. Una scia di segreti malati lo ha trascinato fino alle porte blindate dello studio di Voss, nel famigerato Livello 7. Ma per varcare quella soglia non basta un codice d'accesso. Serve sacrificare la propria sanità mentale.
E poi c'è Avery. Lei non è una vittima da salvare, ma il segreto più oscuro e letale di quel luogo maledetto. Tra loro non sboccia l'amore, si scatena una dipendenza tossica e scarnificante. In un labirinto di carne, traumi e coercizione, il confine tra il salvatore e il carnefice si disintegra.
Mentre il Detective sprofonda nel vuoto di Avery, una presenza invisibile inizia a riscrivere le regole della realtà. Chi sta davvero controllando il gioco? E cosa succede quando la paranoia smette di essere un sintomo e diventa l'unica verità?
Arriverai all'ultima pagina? Forse.
Ma non ne uscirai intero.
Questo libro non si legge. Si subisce.
⚠ Leggere prima dell'acquisto
Questo romanzo non è adatto a lettori sensibili o in cerca di un lieto fine convenzionale. Dinamiche intime di natura estrema, manipolatoria e ad alto tasso di coercizione psicologica. Livello Spicy: 5/5 estremo.
La pillola si era incollata al palato. Sapeva di chimica acida, quella roba che usano per pulire le piscine, e restava lì a sciogliersi lentamente mentre Marcus mi fissava con le braccia incrociate. Ho aspettato che si grattasse la nuca. Appena ha guardato l'orologio l'ho spinta fuori con la lingua e l'ho chiusa nel pugno. Sotto l'unghia del pollice avevo ancora un rimasuglio di colla secca.
Il corridoio di Thornhill ha quel colore giallino, come i denti di un fumatore vecchio che non si lava da una vita. C'è una macchia di caffè sulla moquette che sembra il profilo di un cane schiacciato, una roba marrone e informe che fisso ogni santa mattina. Mi siedo sempre sulla poltrona lì vicino perché ha una molla rotta che mi preme contro l'anca destra; è un dolore acuto, costante, che mi impedisce di pensare troppo alle cazzate che Reeves mi dice durante le sedute.
Erano passate le otto da un pezzo. Marcus ha la borsa della palestra poggiata sulla scrivania, una roba di plastica sintetica che puzza di sudore stantio e di testosterone andato a male. Si è versato il caffè fumante e ha imprecato con un verso rauco che ha fatto vibrare i vetri. Ho guardato il muscolo del suo collo tendersi sotto la pelle spessa. Sulla mascella aveva un punto dove il rasoio era passato male, un grumo di sangue secco grande come una briciola di pane nero. Avrei voluto staccarglielo con le unghie.
«Dormito, Avery?»
Ho guardato la macchia a forma di cane. Mi prudeva il gomito, una sensazione viscida sotto la manica della casacca. «Sì.»
«Alle dieci c'è il gruppo,» ha detto lui, senza degnarmi di uno sguardo. «C'è uno nuovo. Cerca di fare la brava, per una volta.»
Osservai Marcus. Non come un uomo che poteva punirmi, ma come un oggetto difettoso in una stanza sterile. Guardai il modo in cui la luce del neon si rifletteva sulla sua fronte unta, creando un alone che non aveva nulla di divino. Era composto da pezzi assemblati male: la cerniera lampo del camice che tirava sulla pancia, i peli neri che spuntavano dal colletto, l'orologio digitale che segnava secondi inutili. Non c'era vita nei suoi movimenti, solo una serie di contrazioni muscolari automatiche, prive di scopo.
Mi chiesi se, aprendolo con un bisturi, avrei trovato organi caldi o solo gommapiuma grigia e cavi elettrici aggrovigliati, proprio come mi sentivo io dentro. Eravamo due involucri vuoti che fingevano di avere una conversazione in un acquario senza acqua.
In terapia di gruppo la finestra a destra vibra sempre quando passa il camion della biancheria. È un tremolio di ferraglia che ti trapana le orecchie. Eravamo in otto, chiusi in un cerchio di sedie di plastica che puzzavano di detergente economico.
Poi la porta ha urtato con violenza contro il fermo di metallo.
È entrato lui. Aveva le scarpe da ginnastica slacciate, una stringa sporca che si trascinava sul pavimento raccogliendo polvere e capelli. Si è tirato su i jeans con un gesto brusco, quasi arrogante. Aveva le dita lunghe, nodose, con le nocche arrossate come se avesse preso a pugni un muro di mattoni.
«Lui è Roan Graves,» ha biascicato Reeves, senza alzare lo sguardo dai suoi fogli di merda.
Roan si è guardato intorno. Non ha sorriso, non ha fatto finta di essere gentile. Quando i suoi occhi sono arrivati ai miei, ho sentito un crampo improvviso allo stomaco, una scossa che mi è arrivata dritta tra le gambe. È stato come scendere troppo velocemente da un gradino che non avevi visto nel buio.
Si è seduto di fronte a me. Le sue ginocchia erano a trenta centimetri dalle mie, potevo sentire il calore che emanava. Ho fissato un buco nel tessuto della sua felpa grigia, proprio sopra il cuore.
«Ciao,» disse. La voce era rasposa, come carta vetrata su legno vecchio. «Suono la chitarra. Ho ventisette anni.»
Mentiva. Si vedeva dal modo in cui teneva le labbra serrate, una linea sottile di tensione.
Dopo il gruppo l'ho incrociato vicino al distributore d'acqua. Lui si è fermato a mezzo metro da me.
«Avery,» ha detto. Non era una domanda, era un'affermazione.
«L'ha detto Reeves. Non sono sorda, detective.»
Lui ha mosso la mascella, un tic nervoso. Si sentiva lo scricchiolio dell'articolazione che cedeva. Aveva le unghie mangiate fino al sangue. Siamo rimasti lì a guardarci mentre un infermiere passava trascinando un carrello pieno di lenzuola sporche.
«Ci si vede,» ha detto lui. Si è girato troppo in fretta, quasi inciampando nella sua stessa stringa slacciata.
Un coglione. Ma un coglione che mi faceva vibrare le ossa.
C'era un pezzetto di pelle morta proprio sull'angolo del labbro inferiore di Avery Kane. Un lembo biancastro, secco, che lei continuava a tormentare con la punta della lingua ogni volta che il Dr. Reeves apriva bocca. Io ero lì, seduto su una sedia di plastica rigida che mi segnava le cosce, e non riuscivo a guardare altro. Avrei voluto alzarmi, camminare verso di lei, afferrarle il mento con le dita e strappare via quel rimasuglio di pelle. Sentire lo schiocco.
Invece sono rimasto fermo, cercando di non far scivolare i jeans giù per le natiche. A Thornhill ti tolgono tutto. Niente cinture, niente stringhe, niente dignità. Mi sentivo come un sacco di roba vecchia dimenticato in un angolo.
L'aria della stanza del gruppo non era fatta di ossigeno, ma di una sospensione di cellule morte e polvere elettrica. Sapeva di ozono bruciato e di quel tanfo dolciastro che hanno i fiori lasciati marcire nell'acqua del cimitero.
Marianne, quella vipera dell'editor, mi aveva detto che Thornhill nascondeva qualcosa. «Vai lì, Roan. Fatti internare. Trova il marcio.» Mi ha dato tremila dollari come se fossero stati noccioline, sapendo benissimo che con quei soldi avrei pagato a malapena tre rate del mutuo arretrato.
Daniel non si è ammazzato. È l'unica cosa di cui sono certo mentre sento il ronzio del neon che mi trapana le tempie. Mio fratello non avrebbe mai avuto il coraggio di infilare il collo in un cappio fatto con le lenzuola dell'ospedale. Daniel aveva paura dei ragni, del buio, delle altezze. Qualcuno l'ha aiutato a salire. Qualcuno gli ha stretto il nodo. E io sono qui per capire chi è stato.
In mensa, la mattina dopo, Avery era seduta vicino alla finestra. La luce del mattino era grigia, una roba sporca che non illuminava nulla ma rendeva tutto più nitido nei suoi difetti. Aveva i capelli spettinati, ciocche scure che le coprivano metà faccia. Spostava un pezzetto di pane secco con la forchetta, disegnando cerchi invisibili nel vassoio. Mi sono avvicinato.
«Posso?»
Lei ha alzato lo sguardo. Due secondi. Forse tre. Mi ha guardato dritto negli occhi e ho avuto la sensazione che stesse contando i miei pori, leggendo le bugie che avevo scritto sulla fronte. Poi ha fatto un cenno col mento.
«Tu riesci a dormire, Avery?»
«No,» ha risposto lei. Semplice. Senza spiegazioni.
«Nemmeno io. Il materasso sa di muffa. E c'è un ronzio che non si ferma mai.»
«È l'impianto di aerazione,» ha detto lei, abbassando la voce. «Lo tengono acceso per coprire le urla di quelli del reparto C durante la notte.»
Non sapevo se stesse scherzando o se fosse la verità. In questo posto le due cose si confondono fino a diventare un'unica massa grigia.
«Perché mi guardi così?» ha chiesto lei all'improvviso. Non era un tono civettuolo. Era aggressivo, quasi disgustato. «Come se volessi scavarmi dentro per vedere cosa c'è sotto. Non c'è niente, Roan. Solo roba morta.»
Si è alzata bruscamente. È sparita verso i lavabi senza voltarsi. Mi è rimasto l'odore della sua felpa, un misto di detersivo industriale e qualcosa che assomigliava al muschio, ma più acido.
Durante la terapia di gruppo delle dieci, il Dr. Reeves parlava di "limiti". Io non lo ascoltavo. Guardavo le dita di Avery. Si stava mangiando le cuticole. Un filo di sangue è colato lungo l'indice, ma lei non sembrava accorgersene.
A un certo punto, le nostre gambe si sono toccate. Non è stato un incidente. Lei ha allungato il piede e ha premuto il polpaccio contro il mio. Il calore ha attraversato il denim pesante. Era un contatto solido, reale, l'unica cosa vera in quella stanza piena di sedie di plastica e cartelline d'inchiostro. Non mi sono mosso. Lei non si è mossa. Siamo rimasti così per venti minuti mentre Jessica piangeva e Theo fissava il vuoto.
Sentivo il battito del mio sangue dove la sua carne premeva contro la mia. Era una promessa di violenza o di sesso, o forse di entrambe le cose mescolate insieme. Quando la seduta è finita, lei ha ritirato la gamba così velocemente che ho sentito freddo, come se mi avessero strappato una coperta di dosso in pieno inverno.
Il bozzo sulla lingua era diventato il centro del mio mondo. Una cupola di carne pulsante che premeva contro i molari affilati. Schiacciarla non era un gesto, era una necessità: il dolore era un brivido elettrico che risaliva la mandibola fino a farmi vibrare le ossa del cranio. Sapeva di sangue vecchio e di quel sapore metallico delle batterie leccate per gioco. Era l'unico modo per ricordarmi che non ero un ologramma in questo buco che puzzava di sapone e noia.
L'ufficio di Reeves puzzava di polvere e scartoffie lasciate a marcire. La sua penna non scriveva; sfregava sulla carta come un ago che incide il vetro.
«Come procediamo, Avery?» chiese senza guardarmi.
«Bene. Credo.»
«Marcus dice che hai stretto amicizia con il nuovo. Roan.»
«È solo un tizio con le unghie mangiate, dottore.»
Lui sorrise, biecamente. «Stai attenta. Non vorrei dover rivedere le tue libertà.»
Alle dieci di sera, la biblioteca era l'unico posto senza l'odore della varechina di Marcus. La porta socchiusa lasciava filtrare una luce verdastra. Lui era lì. Sprofondato in una poltrona che vomitava gommapiuma. Guardava la pioggia battere contro il vetro, un ritmo irregolare di schiaffi umidi.
«Mio fratello Daniel è morto qui,» disse. «Hanno detto suicidio. Ma Daniel aveva il terrore della morte. Sono qui per trovare chi gli ha messo quel lenzuolo intorno al collo.»
Un brivido acido mi scese lungo la colonna. Roan si alzò, un'ombra densa che inghiottì la poca luce della biblioteca. Si avvicinò finché non sentii il calore febbrile che emanava dalla sua felpa. La vena sul suo collo pulsava con una frequenza frenetica.
«Vattene, Roan. Qui dentro non c'è niente per te. Io non sono niente. Solo un involucro che aspetta che Reeves finisca i suoi esperimenti.»
Lui fece un altro passo. Mi sfiorò la guancia con le dita ruvide come carta vetrata.
«Non ti credo,» sussurrò. «Fai la parte della morta perché hai una paura fottuta di quello che senti quando sei viva. Non lo fai per il dolore, Avery. Lo fai perché il silenzio qui dentro fa troppo rumore.»
Mi bloccai. Le sue parole mi entrarono dentro come lame fredde, tagliando via la mia difesa. Mi vedeva. Non vedeva la paziente, o l'assassina, o la vittima. Vedeva il vuoto che cercavo di riempire col sangue.
«Se non ti sposti adesso, Avery, giuro che ti bacio. E allora vedremo quanto è profondo il tuo vuoto.»
Sarei dovuta scappare, ma ero un macchinario bloccato. Poi, un riflesso nel corridoio. Marcus. Mi allontanai di scatto, ma Roan fu più veloce. Mi afferrò per il collo, il pollice premuto contro la trachea quel tanto che bastava per ricordarmi chi aveva il controllo.
«Ascoltami bene, piccola stronza. Domani mattina alle sette meno dieci, Marcus arriva davanti all'ufficio di Reeves. Voglio che tu sia lì. Voglio che ti lasci cadere come se avessi una crisi.»
«Perché dovrei fare la tua puttana?»
«Perché vuoi la verità quanto me. Anche perché sei un mostro fuori controllo, Avery. Ti eccita da morire l'idea che qualcuno sia finalmente abbastanza folle da provarti a mettere un fottuto guinzaglio.»
Mi lasciò andare con una spinta secca. «Sei e cinquanta. Non mancare, o ti farò desiderare di non essere mai nata.»
Mi addormentai con il sapore ferroso del sangue sulla lingua, il ronzio del neon che mi trapanava le tempie come muffa elettrica. Sognai mani grandi che mi stringevano la gola, riducendo il mondo a un soffio, ma avevano il calore febbrile di Roan. E in quel buio, per la prima volta, non ebbi voglia di lottare.
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